Sì. Ce l’ho fatta. Finalmente ho visto Oppenheimer. Ma non al cinema. No. Perché io non sopporto la gente quando guardo un film. Respiro pesante, rumori di patatine, commenti da bar: tutto quello che uccide l’arte. Un film, per me, è come far l’amore: o sei lì con tutto te stesso, o stai disturbando.
E quindi Oppenheimer me lo sono sparato a casa mia, in silenzio, con le luci giuste, e senza nessun cretino che tossisce al momento clou.
E vi dirò: è stato perfetto così.
Il film?
Un’esplosione. Ma non per le bombe. Per il cervello. Per la tensione. Per quella sensazione claustrofobica che Nolan sa dare anche quando ti mette davanti un campo vuoto. Cillian Murphy è più bomba della bomba. Non recita: implode. E poi tutta quella gente che si lamentava: “Eh ma è lento”, “Eh ma è troppo parlato”, “Eh ma dov’è l’azione?”
Zitti. Oppenheimer non è un film per chi vuole popcorn e Marvel.
È un film che ti mastica il cervello e poi ti sputa per terra. E se non ti piace è perché non sei tu che guardi il film. È il film che ti ha guardato dentro… e non ha trovato nulla.
Perché a casa è meglio?
Perché un film così non lo puoi vedere accanto a uno che scrolla Instagram. Perché ci sono dialoghi che ti entrano nell’anima solo se c’è silenzio. Perché il cinema, per me, non è aggregazione sociale. È confessionale. Oppenheimer mi ha fatto riflettere. Su cosa siamo disposti a fare per lasciare il segno. Su quanto possiamo distruggere solo per sentirci dei. E su quanto, in fondo, restiamo solo uomini con un cervello che fa più danni di mille testate nucleari.
Conclusione? Oppenheimer non è un film. È una scelta di campo. Lo ami o lo scansi. Io l’ho amato. Da solo. In silenzio. Con rispetto.
Come si guarda qualcosa che ti fa paura… e proprio per quello, ti attrae.

